Avvalendosi spesso della stampa come medium per esecuzione dell’opera, posso chiederle quale tipologia predilige?

Il metodo Kristal con l’utilizzo del plexigalss antigraffio. E’ una tipologia di stampa che mi permette di enfatizzare il  cromatismo del light painting. L’antigraffio oltre a rendere meno vulnerabile il plexiglass, per sua natura delicato, è più trasparente di quello tradizionale e in quanto tale contribuisce ulteriormente ad ottimizzare l’effetto della stampa.

 

 

 

Prima l’idea o la fascinazione per il materiale? Ovvero, nasce prima il progetto artistico o questo le viene ispirato dalle tecniche, dalle lavorazioni particolari che l’hanno colpita?

Prima l’idea, senza dubbio. Anche se, e non lo nascondo, il fatto di poter contare su una tipologia di stampa che ho appena descritto e soprattutto sulla professionalità dei collaboratori New Lab, capaci di  interpretare al meglio la metodologia Kristal, mi conforta e mi stimola nelle scelte estetiche che metto in atto.

 

 

Ha dei Maestri di riferimento a cui guarda, a cui si sente affine?

Non ho dei maestri ben precisi nel campo della fotografia. Caso mai i miei punti di rifermento appartengono al cinema, un ambito che ho frequentato prima di dedicarmi alla fotografia. Ma anche in questo caso più che di immagini ben precise si tratta di suggestioni che sottostanno a quelle immagini.

Un esempio tra tutti il primissimo piano dell’occhio tagliato del film “Un Chien Andalou” di Luis Bunuel del 1928, un cortometraggio che ha contaminato la corrente surrealista. L’idea che bisogna andare oltre l’occhio per aprirsi alla complessità del nostro cervello è stata fondante nella mia decisione di voler andare oltre lo scatto fotografico in sé. Sono sicuro che Lucio Fontana ha visto quella immagine e se non l’ha fatto mi piace pensarlo.

E qui si apre il capitolo dell’arte contemporanea, che amo in maniera incondizionata. Non è una fonte di ispirazione, ma è certo un terreno sul quale mi trovo a mio agio e con il quale mi misuro, visto che le mostre avvengono in gallerie, dove l’arte contemporanea la fa da padrona, così come nelle fiere internazionali di Arte Moderna e Contemporanea. La mia mostra più recente ad esempio consisteva in un “dialogo” tra le mie opere a parete e una scultura di Giò Pomodoro al centro dello spazio espositivo,

Infine una frase che mi porto sempre dietro, questa sì mi ha segnato parecchio. E’ di Otto Steinert: “La creazione fotografica assoluta nel suo aspetto più libero rinuncia ad ogni riproduzione della realtà”.

 

La sua esperienza visiva trasversale che l’ha portata negli anni a lavorare nel mondo del video e della musica si riflette senza dubbio anche nelle sue opere fotografiche.

Le chiamo Opere e non scatti, in quanto la tecnica del Light Painting non “congela” un attimo bensì un intero lasso di tempo, attuando un paradosso che porta lo svolgersi di un’intera azione ad essere condensato e rappresentato in una singola visione.

Osservando i suoi Light Painting non ho potuto non pensare a degli spartiti musicali, delle Arie, dei fruscii, come se la luce fosse l’espressione stessa di qualche onda sonora o traccia gestuale di un polistrumentista.

Potrebbe raccontarmi come è nata la sua necessità di andare oltre lo scatto fotografico e come o se le sue esperienze pregresse in altri campi artistici e creativi l’abbiano ispirata o inibita inizialmente?

Sono d’accordo con te. La musica, tutta la buona musica è una linfa vitale per me. Oltre ad accompagnarmi mentre preparo il set di uno scatto, stabilisce il ritmo dei miei movimenti davanti alla macchina fotografica. E’ il cuore pulsante delle mie opere. Anch’io credo di aver dato qualche contributo importante alla musica. Durante il Toscana Fotofestival di Massa Marittima, che tre anni fa hanno dedicato a me, ho realizzato una performance inedita e apprezzata. Grazie all’utilizzo della lunga esposizione  ho improvvisato degli scatti in light painting, dettati dal ritmo di un sax, quello di   Cocco Cantini ( ha suonato con i più grandi jazzisti del mondo). Lui a sua volta improvvisava ispirandosi ai colori dei led che stavo utilizzando.

Quanto agli inizi ti devo confessare che la scelta della  fotografia è stata dettata da un bisogno. I 25 fotogrammi al secondo che hanno accompagnato  il mio lavoro di regista, non mi bastavano più. Ho avvertito l’esigenza di confrontarmi con il  singolo frame, attratto dalle potenzialità del digitale capace di liberare quelle “possibilità immaginative” rivendicate da Andrè Breton nel suo Manifesto del Surrealismo. 

Ho sempre avuto a che fare con la fotografia, ma sempre in forma traslata, me ne servivo, ma non era il mio fine. Era un modo di prendere appunti per i video che avrei realizzato. Ad un certo punto me la sono trovata di fronte, come a voler rivendicare il suo ruolo, mi ha come sfidato. O stregato, scegli tu.  Ho accettato la sfida e sono ripartito da zero, da qualche cosa che era sempre stato assopito, in second’ordine e che ora si era palesato, era uscito allo scoperto a pretendere il suo giusto peso nella mia personale scala dei valori. Dalla registrazione sono passato alla decodifica e alla ricostruzione di entità e mondi ipotetici.  Con la complicità della luce, un miracolo quotidiano e mai uguale (dobbiamo tenerne conto persino quando non c’è) mi sono avvicinato agli oggetti con la pretesa di liberarne essenze, forme, risvolti cromatici fino a stravolgere la loro originaria natura.

Da lì è iniziata la mia nuova avventura, la ricerca del modo a me più congeniale di utilizzare la macchina fotografica, di superare la natura mimetica dello scatto, dilatarne la durata e dar vita a ricerche sul tempo, la luce, il movimento. 

Ad oggi so che il dipingere con la luce, il light painting, rappresenta un’ottima maniera di aver ripagato, almeno in parte, le rivendicazioni della fotografia.

Ponte Vecchio, Firenze

Chiesa Madonna Santa Maria di Idris (Matera)

 

 

 

Progetti futuri?

I progetti sono tanti, sia per le mostre che per i lavori da realizzare, che di solito poi si trasformano in mostre. Per la maggior parte sono in fase di definizione e per scaramanzia non ti faccio l’elenco. Mi soffermo invece su un paio di  idee che sto sviluppando e che hanno in comune la creazione di network fruitivo singolare delle mie opere. La prima riguarda un progetto, “City Lights”, concepito  per esorcizzare l’oscurantismo e la voglia di erigere barriere, che purtroppo sta caratterizzando il nostro tempo. Le mie luci faranno da ponte ideale tra le diverse città, unite dai segni, dai movimenti e dai colori del mio light painting. Per di più negli shooting di New York, ad esempio, introdurrò elementi cubani, e viceversa elementi americani a L’Havana. La mostra su New York sarà allestita a L’Havana e viceversa, come momento fondante di aggregazione e di condivisione delle due città. Lo stesso succederà per altre capitali adatte a trarre profitto da  questa idea. 

La seconda, in fase  di progettazione, vede la partecipazione di una nota marca di caffè, che metterà a disposizione trenta punti di degustazione del proprio caffè per un mostra di 30 opere, che saranno dislocate in contemporanea in trenta città del mondo.

Trinidad, Cuba

Biografia

Ivan Falardi

Artista-Fotografo

www.ivanfalardi.com

https://www.facebook.com/Ivan-Falardi-Artist-Photographer-Lightpainter

https://www.instagram.com/ivanfalardi/

Ivan Falardi è nato a Solto Collina, in provincia di Bergamo, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano con una tesi in Critica d’Arte dedicata al cinema di Miklos Jansco. Attualmente vive e lavora a Milano.

Falardi ha dedicato tutta una vita ad osservare, registrare e sottolineare immagini. Si è guadagnato la fama lavorando come produttore e regista per la televisione, il cinema, alternando realizzazioni per il mondo della pubblicità e della musica. Negli anni dedicati alla regia, la fotografia è stata uno strumento accessorio e costante nei suoi viaggi. Gli scatti realizzati per lo più nei luoghi dove si spostava per lavoro, costituivano un aspetto poco conosciuto della sua attività. Nel 2013 avviene il cambiamento. I 25 fotogrammi al secondo sembrano non bastare più e il regista avverte l’esigenza di confrontarsi con il singolo frame.

Si avvia una attenta indagine delle tecniche a disposizione, cresce la sua ossessione di prevaricare lo scatto in sé, l’obiettivo è quello di decodificare per restituire rinnovata dignità a prospettive imprevedibili. Sposa la tecnica del light painting, la più congeniale per scandagliare la ricerca verso l’eidolon , l’oggetto della visione che l’artista vuole sottolineare con il suo lavoro; il buio si rivelerà l’eidos, l’oggetto della conoscenza attraverso il quale il fotografo esplorerà le potenzialità di segni, forme, luci, colori.

La fotografia si fa dunque mezzo privilegiato per esprimersi, medium capace di sacrificare la realtà in funzione dei suoi lati nascosti, probabili e indecifrabili, ma non per questo meno rivelatori o evocativi.

Ivan Falardi ultima modifica: 2019-11-08T09:46:40+00:00 da Francesca Longhini