New Lab srl
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Paula Jesus

Che tipologia di stampa prediligi?

 

Prediligo le stampe di grande formato quando le immagini sono ricche di dettagli o quando voglio che lo sguardo si concentri su elementi apparentemente secondari: uno sguardo stanco, una mano alzata in segno di protesta, un piccolo gesto. Le affianco a stampe incorniciate di formato più ridotto, che rendono l’allestimento dinamico e creano un dialogo tra le immagini.

Vorresti parlarci dell’ Associazione culturale Pachamama di cui sei fondatrice?

 

Pachamama è una presenza centrale nelle cosmovisioni di molti popoli andini. Tradurla semplicemente come “Madre Terra” non ne esaurisce il significato: è una realtà vivente che unisce territorio, tempo e comunità. Non è una risorsa da possedere o sfruttare, ma origine e dimora, madre e sorella, con cui costruire una relazione di reciprocità: non si prende senza restituire. Da questa visione nasce l’Associazione Culturale Pachamama, che utilizza il fotogiornalismo, il cinema documentario e la ricerca visuale per raccontare storie spesso escluse dallo sguardo dominante. Il suo lavoro parte dall’ascolto dei territori e delle persone che li abitano: non vuole parlare al posto delle comunità, ma costruire narrazioni insieme a loro, riconoscendole come soggetti della propria storia. Attraverso immagini e testimonianze, Pachamama rende visibili le relazioni tra diritti umani, giustizia sociale e ambiente, interrogando anche la posizione e la responsabilità di chi osserva. Il suo nome racchiude una domanda: quale relazione vogliamo costruire con il mondo che abitiamo?

Hai dei Maestri di riferimento a cui guardi, a cui ti senti affine?

 

Ho letto molti libri di fotografia, ma la mia formazione viene anche da altri mondi: sono laureata in filosofia, leggo molto e amo profondamente il cinema. Conosco il lavoro dei grandi maestri, ma dire di sentirmi affine a uno di loro, quasi potessi accostare il mio lavoro al loro, mi metterebbe un po’ in imbarazzo. Mi perdo guardando le fotografie di W. Eugene Smith, Diane Arbus, Weegee, Cristina García Rodero, Paolo Pellegrin, Sergio Larraín, Paz Errázuriz,

Il mio modo di guardare nasce anche da lì: da chi mi ha fatto capire quando un’inquadratura perdeva equilibrio, come distribuire i pesi, lasciare spazio ai vuoti e ricordarmi del cielo. Ma nasce anche dall’imparare a mettere in discussione la posizione da cui fotografo: non imporre categorie occidentali, non cercare conferme a un racconto già costruito e non trasformare persone e territori in oggetti da osservare, ma riconoscerli come soggetti attivi della propria storia.

Stavo leggendo un articolo de L’Internazionale titolato “La sfida morale delle opere di Mozart” di Dorian Bandy (professore di musica alla McGill University, in Canada) e inaspettatamente ho trovato delle risonanze con il tuo reportage fotografico esposto alla BIS, Biennale Itinerante del Sociale (di cui NewLab è fieramente sponsor tecnico) che è stata esposta presso CARME Brescia fino allo scorso 2 agosto.
Mi spiego meglio.
Ne “La teoria dei sentimenti morali” (1759) Adam Smith definì la simpatia come quella facoltà immaginativa che ci permette di entrare nei panni dell’altro, immedesimandoci con lui, soppesandone le azioni alla luce delle risposte che supponiamo daremmo noi stessi in determinati frangenti, arrivando perciò a valutarne la condotta.
“È come se entrassimo nel corpo del personaggio, diventando in una certa misura lui stesso”, scrive Smith, raggiungendo un punto di rottura con la precedente tradizione filosofica che interpretava il giudizio morale come una deduzione razionale, una messa in pratica di principi eterni, rigidamente standardizzati e schematici, lontanissimi da una qualsivoglia flessibilità.
Mozart dal canto suo, qualche decennio dopo Smith, tratta gli ascoltatori come spettatori partecipi, non suggerendo cosa pensare dei personaggi in scena, ci lascia immedesimare in loro e nelle loro debolezze e tentazioni, portandoci nello scomodo terreno dell’ambiguità morale.
Mozart mette in musica le tensioni che muovono un personaggio, senza dire allo spettatore come giudicarle.
Anche tu hai messo in mostra questo limbo, descrivendo attraverso i tuoi scatti fotografici degli spaccati di umanità in luoghi dove il rigore morale lascia spazio a numerose zone d’ombra, evitando di delineare una vittima ed un aggressore in maniera chiara ed ineluttabile, proprio perché questa dicotomia granitica risulta troppo semplicistica in certe situazioni e in certi contesti.
Alla BIS hai esposto parte del progetto “Piel de Mercurio”, una ricerca fotografica in corso tra Perù e Messico che documenta l’estrazione dell’oro e l’uso del mercurio, mostrando come questa sostanza tossica segni in modo profondo corpi, territori, acqua, montagne e foreste.
I diritti civili, del lavoro e alla salute sono, infatti, strettamente interconnessi con i diritti ambientali.
Lo sfruttamento sconsiderato della Terra viene purtroppo attuato non solo dalle grandi multinazionali, dalle Big Tech, ma anche dai singoli disperati che diventano parte attiva in questa razzia, in questo “Stupro”, per cercare sopravvivere nell’illusione di migliorare le proprie condizioni di vita mettendo a rischio anche la propria salute.
Esattamente come nella grande “Corsa all’oro” californiana iniziata nel 1848, sorgono agglomerati abitativi in zone inospitali e remote, fuori dai radar della legalità come delle primordiali “Boomtown” del Far West.
Questi luoghi senza identità, servizi igienici o gentilezza si sviluppano attorno a siti minerari (siano questi di mercurio, oro o terre rare) che inevitabilmente non portano con sé alcun senso di comunità perché nate per ospitare frotte di minatori in competizione tra loro:
chi li sfrutta (NDR una sorta di cartello delle attività estrattive) tiene infatti a premiarli il venerdì, promettendogli la completa proprietà della pepita più grande trovata in giornata.
Delle specie di “commissioni di vendita”, aggiungo io, tanto in voga in occidente e che tanto piacciono agli imprenditori illuminati dal Metodo Haier (in cinese RenDanHeYi), l’innovativo modello organizzativo aziendale (o forma estrema di inside capitalism) che trasforma i dipendenti da semplici esecutori a veri e propri imprenditori interni, evitando di fatto qualsivoglia solidarietà o presa di coscienza dei propri diritti di dipendente.
In un altro articolo de L’Internazionale, “Il prezzo delle terre rare” che si focalizza sulla loro estrazione in Birmania, mette in luce come le aziende impegnate nelle operazioni minerarie utilizzino un’ampia gamma di agenti chimici classificati come pericolosi, mettendo a rischio la salute dei villaggi limitrofi: purtroppo però, dopo decenni di abbandono da parte delle autorità, sono le stesse comunità locali a necessitare di queste ondate estrattive per sopravvivere, essendo queste diventate parte sostanziale del tessuto economico.
A tuo modo di vedere, come fotogiornalista e documentarista sociale, è più difficoltoso distaccarsi, fare un passo indietro per scattare e portare testimonianza di ciò che accade in certi contesti o l’empatia con i protagonisti delle storie che racconti è la chiave per dare più incisività ai tuoi progetti? Vuoi raccontarci di come questi prendono vita, di quali passi muovi per iniziare?

 

Non credo che distacco ed empatia siano due possibilità opposte. Sono piuttosto due movimenti necessari dello stesso lavoro. Il distacco, nel senso suggerito dal termine greco chōrismós — divisione, iato — permette di sottrarsi per un momento all’urgenza, verificare i fatti e chiedersi che cosa mostrare, che cosa lasciare fuori e quali conseguenze può avere un’immagine. Non significa essere freddi o neutrali, ma assumersi la responsabilità del proprio sguardo.
Accanto al chōrismós c’è la sympátheia, il sentire insieme. Per me significa rimanere nei territori, vivere con le persone, mangiare ciò che mangiano, sentire sulla pelle lo stesso caldo, attraversare con loro notti in cui il sonno non arriva. Questo non mi autorizza a dire di sapere davvero che cosa provano: sarebbe un’altra forma di appropriazione. Mi consente, però, di ridurre quella distanza astratta da cui troppo spesso osserviamo comunità e territori segnati dalla violenza, dall’ingiustizia o dallo sfruttamento.
Lo sguardo occidentale dominante nasce spesso dall’illusione che il fotografo possa arrivare, osservare dall’esterno, mettere ordine nella realtà e ripartire con immagini capaci di spiegare tutto. Io cerco invece di ricordare che ogni sguardo è una presa di posizione. Significa lasciare che le persone contraddicano l’idea con cui sono arrivata, non imporre categorie estranee e non ridurre una comunità a simbolo della povertà, del dolore o del conflitto. Mi ripeto come un mantra che le persone fotografate non sono oggetti che servono a dimostrare una tesi, ma soggetti della propria storia.
I miei progetti non iniziano con una risposta, ma con una domanda. Prima studio, leggo, cerco dati e costruisco relazioni con ONG, Istituzioni, colleghi e persone del territorio. Poi ascolto, sto lì. Spiego perché sono lì, che cosa sto cercando e come potrebbero essere utilizzate le immagini. Solo dopo comincio a fotografare, senza seguire una storia già scritta e accettando anche la possibilità di non fare nemmeno una fotografia.
Il secondo momento di distacco arriva durante la selezione e il montaggio, per me in assoluto ancora il più difficile. È lì che devo fare un passo indietro e chiedermi se la forza estetica di un’immagine rischi di nascondere la violenza che contiene, se sto informando oppure trasformando il dolore in spettacolo.
Sono dell’idea che la fotografia giornalistica non debba essere soltanto un insieme di informazioni. Deve essere precisa e verificabile, ma anche rendere percepibile la temperatura umana e politica di un fatto. Un giornalismo partecipe non rinuncia al rigore: rinuncia alla finzione di uno sguardo neutrale. La fotografia forse non cambia da sola ciò che accade, ma può cambiare le condizioni attraverso cui decidiamo di vedere — o di continuare a ignorare — ciò che accade.

Progetti futuri?

 

Forse il mio essere sudamericana mi rende scaramantica: preferisco parlare dei progetti quando iniziano davvero a prendere forma. So, però, che voglio tornare a raccontare il Sudamerica. Ne sento il bisogno e, in qualche modo, anche la responsabilità. Non è soltanto un richiamo personale: credo sia necessario stare nei territori, ascoltare le comunità e raccontarne le trasformazioni da una prospettiva che non sia esclusivamente europea.
Essere cilena e andina, però, non mi rende immune dal rischio di riprodurre posture occidentalizzate. L’appartenenza, da sola, non garantisce uno sguardo giusto. Dopo molti anni trascorsi in Europa, tornare significa anche mettere in discussione le categorie attraverso cui osservo, disimparare alcuni automatismi e lasciare che siano le persone e i territori a modificare il racconto.
Uno dei lavori che vorrei proseguire è Piel de Mercurio, un’indagine fotografica e documentaria sulla rotta del mercurio e sul suo impiego nell’estrazione artigianale dell’oro. Il progetto ricostruisce i percorsi che collegano le miniere di cinabro del Messico ai territori auriferi delle regioni andine e amazzoniche del Sudamerica. Una filiera spesso invisibile, che unisce luoghi apparentemente lontani e lascia tracce profonde sui corpi, sul lavoro, sull’acqua e sulla terra.

Biografia

Paula Jesus

FOTOGRAFA, FOTOGIORNALISTA E VIDEOMAKER

PAULAJB@PHOTOGRAPHER.NET

@iopaulajesus

Paula Jesus

Paula Jesus è una fotografa e regista documentarista cilena, nata a Valparaíso il 16 aprile 1995. Migrante di ritorno in Italia, vive a
Brescia da quattro anni.
Il suo lavoro si concentra sui conflitti, le migrazioni, le ingiustizie climatiche e le disuguaglianze sociali. Dopo la laurea in
Filosofia del linguaggio a Roma, ha sviluppato un percorso di ricerca visiva che utilizza la fotografia e il racconto documentario come
strumenti di consapevolezza, testimonianza e responsabilità sociale.
Ha lavorato in Palestina, Ucraina, Pakistan, Cile, Perù, Messico e nei Balcani, documentando violazioni dei diritti umani, crisi ambientali e fenomeni di marginalizzazione sociale.
È iscritta al roster di fotografi e videomaker di UNICEF Italia. Nel 2023 ha fondato l’Associazione Culturale Pachamama e nel 2025 ha dato vita a shiftpress.it, piattaforma italiana indipendente d’informazione.
I suoi lavori fotografici hanno ricevuto riconoscimenti internazionali nell’ambito degli ND Awards, dei MonoVisions Photography Awards, dell’Andrei Stenin International Press Photo Contest e di UNESCO OneWater, a conferma del suo impegno nella fotografia documentaria e nel racconto dei diritti umani, della giustizia ambientale e delle questioni sociali.
Collabora inoltre con il manifesto, Corriere della Sera – Brescia e Global TV.

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