New Lab srl
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Franco Bettini

Alessandro, che tipologia di stampa predilige per riproporre al pubblico le opere di suo padre?

Mio padre se n’è andato 35 anni fa, quindi prima dell’avvento e della diffusione della fotografia digitale, prima di Photoshop. La maggior parte della sua produzione a colori è stata realizzata utilizzando pellicole diapositive in vari formati: 24×36, 4×4, 6×6, 6×7 e 6×9. All’epoca stampava su carta Cibachrome, che era il non plus ultra per quanto riguarda la brillantezza e la stabilità cromatica. Tutte le sue opere stampate su questo supporto sono ancora oggi perfettamente conservate e mantengono una resa e una definizione straordinarie. Oggi, per riprodurre le sue fotografie nel modo più fedele e qualitativo possibile, viene scansionata ogni singola diapositiva originale in altissima definizione e, successivamente, ogni immagine ottenuta viene riprodotta utilizzando il processo di stampa Giclée.

Per quanto riguarda la sua produzione di fotografie in bianco e nero, era lui stesso che stampava i negativi in camera oscura. In questo caso parliamo per lo più di negativi in formato 6×6 e 6×7. Oggi, per riprodurre le sue opere in bianco e nero, viene scansionato ciascun negativo originale così come avviene per le diapositive a colori e, anche qui, prediligo la stampa Giclée, che mantiene una qualità e una fedeltà assolute. In questo senso mi avvalgo in particolare della grandissima professionalità di NewLab, laboratorio di stampa digitale indubbiamente di livello top in Italia e non solo, dotato di tecnologie moderne in grado di “rendere giustizia” alle fotografie analogiche di mio padre, pur se in versione Fine Art.

Vorrebbe parlarci della Fondazione dedicata a suo padre Franco Bettini?

Dopo la sua scomparsa, avvenuta nel 1991, ho iniziato a rovistare nel suo enorme archivio fotografico e mi sono via via immerso sempre di più in quello che era il “suo mondo”, che non era fatto solo di fotografia, ma anche di libri, musica, cinema, arte in senso lato. Possedeva una biblioteca importante con moltissimi libri di storia, letteratura, filosofia, pittura… Era un uomo di profonda cultura, leggeva moltissimo, studiava costantemente, creava, dipingeva… Quando se ne andò avevo soltanto 26 anni e la sua figura era stata per me assolutamente centrale, portante.

Entrare, vivere e respirare il suo mondo era stata per me una sorta di cura per elaborare la sua perdita: lo studio, la camera oscura, l’archivio fotografico, gli spazi e gli ambienti in cui creava, gli oggetti stessi, le sue macchine fotografiche, le sue collezioni, i raccoglitori con le recensioni, i ritagli di giornali e le riviste con tutta la rassegna stampa a lui dedicata, avevano un “profumo” che mi faceva stare bene. Ancora oggi, a distanza di 35 anni dalla sua scomparsa, quel “profumo” continua a farmi stare bene. La sua presenza e la sua “anima” sono in ogni dove, in ogni angolo della casa, che poi è la stessa dove vivo da sempre.

In tutti questi anni mi sono occupato in prima persona di tutte le mostre, gli eventi e le pubblicazioni dedicate a mio padre, in Italia e all’estero, ma da qualche tempo mi ero posto come obiettivo quello di dar vita a una Fondazione a suo nome con l’intento di mantenere e sviluppare l’interesse verso la sua figura e la sua arte, che devono continuare a vivere oltre le mie iniziative personali, oltre la mia vita.

Ed è così che nel febbraio del 2025 è stata costituita la Fondazione Franco Bettini (E.T.S.) per volontà mia e dei miei figli Michele e Cristina in qualità di soci fondatori.

Del consiglio di amministrazione della Fondazione fanno parte Francesco Pagnoni, Stefano Salvadori e Ombretta Venturelli, imprenditori di successo, amici e soprattutto grandi estimatori di mio padre. Il presidente onorario è Aldo Amati, Ambasciatore d’Italia e diplomatico oggi in pensione.

Il comitato scientifico è composto da Tino Bino, Renato Corsini, Sara Cuccia, Ugo Rufino ed Enzo Serramondi, tutte figure di spicco in ambito culturale e fotografico.

La Fondazione persegue inoltre finalità di solidarietà sociale attraverso attività culturali di rilevanza nazionale e internazionale. Mediante un patrimonio costituito da una significativa collezione di opere fotografiche, la Fondazione si impegna a sostenere e promuovere la creatività artistica, in particolare quella fotografica, attraverso:

-l’organizzazione di eventi culturali, convegni, seminari e attività formative;

-la pubblicazione e diffusione di materiali editoriali, audiovisivi e scientifici;

-la collaborazione con enti, istituzioni universitarie e centri di ricerca nazionali e internazionali;

-l’istituzione di premi e riconoscimenti per giovani fotografi.

La Fondazione Franco Bettini si propone come punto di riferimento per la promozione dell’arte fotografica e per la diffusione della cultura come veicolo di crescita e coesione sociale.

Suo padre aveva dei Maestri di riferimento a cui guardava, a cui si sentiva affine?

Ovviamente. La libreria del suo studio che si trova nella casa di famiglia conserva ancora oggi i molti libri e cataloghi d’arte che negli anni mio padre ha collezionato e, letteralmente, “consumato” (Monet e la corrente dell’Impressionismo, Morandi, Picasso, Mondrian e altri artisti del Novecento compreso Andy Warhol). Per lui tutto poteva essere fonte di ispirazione, un verso poetico o biblico, le atmosfere pittoriche di artisti astratti o fotografie dei grandi maestri. Nel caso delle sue nature morte troviamo in effetti alcune riprese dedicate agli artisti del primo e del secondo Novecento a cui si ispira. In I peperoni (Il ghigno) del 1974 mi sembra evidente il riferimento agli studi sul medesimo soggetto da parte del fotografo americano Edward Weston. Entrambi condividono l’idea di andare oltre l’oggetto in sé, osservandolo attraverso gli occhi e non con essi. Le propongo poi altri due esempi, A Ghiroldi del 1972 e Omaggio a Mondrian del 1990. Nelle due riprese sono evidenti i riferimenti alla pittura del pittore olandese ma anche il recupero di quel rigore segnico e geometrico a cui entrambi aspirano. Ho scoperto solo successivamente che i due condividevano anche il modus operandi, con lunghe riflessioni e molti rifacimenti (nel nostro archivio è testimoniato che per giungere alla ripresa perfetta mio padre realizzava dozzine di provini). Non bisogna in ultimo dimenticare una evidente affinità con i lavori di Giorgio Morandi, faccio riferimento in particolar modo all’ossessione e all’affetto verso i medesimi soggetti (vasetti, bicchieri, brocche, bottiglie…), ma anche alle atmosfere di sospensione e quella capacità di sovrapporre oggetti e ambienti della medesima cromia.

 

Osservando attentamente la produzione fotografica di suo padre e cercando dei riferimenti estetici per scrivere un cappello introduttivo che ne sintetizzasse un poco la poetica, ho trovato curioso come, inaspettatamente, mi siano balzati alla mente dapprima i dipinti di Vilhelm Hammershøi e poi i disegni e le installazioni di Giulio Paolini. Le motivazioni non sono così intuitive, infatti questi due artisti sono abbastanza lontani tra loro, nel tempo e nelle forme in cui si esprimono. Il pittore danese Vilhelm Hammershøi (1864 – 1916), è famoso per ritrarre il silenzio delle porte bianche e degli ambienti domestici che queste collegano, immergendo lo spettatore in uno spazio pulviscolare ed etereo, sebbene chiaramente riconoscibile; invece il contemporaneo Giulio Paolini (Genova, 5 novembre 1940) è un artista concettuale che con le sue installazioni e disegni non mira a creare “nuove” immagini, ma a porsi come spettatore e testimone dell’apparizione dell’opera, la quale esiste indipendentemente dall’artista. 

Entrambi però fanno questo: presentano allo spettatore dei varchi, l’uno con porte, l’altro con telai vuoti. Ed è proprio questo punto ad avermi fatta ricollegare al lavoro di suo Padre. Franco Bettini con le sue fotografie della serie presentata nella recente mostra “Le forme del bianco” ci propone degli still-life silenti che sono a tutti gli effetti dei Passaggi verso  Paesaggi dell’anima. L’armonia tra il vasellame, le proporzioni dello scatto e gli accenti colorati (dati da uova, liquidi e bicchieri verniciati che volendo possono ricordare le sfere blu specchianti poste su gessi classici nella serie Gazing Ball di Jeff Koons) creano equilibri eleganti, aggraziati ma non precari, come se la delicatezza di un’immagine, di una vita mai urlata rappresentasse i pilastri gentili dell’Esistenza oltre che dell’Arte stessa.

Vorrebbe parlarci dell’approccio di suo padre Franco Bettini alla fotografia artistica e se ha qualche aneddoto curioso o rilevante da raccontarci?

Parto rispondendo alle sue osservazioni sugli still-life. Mi fa piacere e sono intimamente orgoglioso che a distanza di così tanti anni le fotografie di mio padre suscitino ancora meraviglia e che nascano nuove riflessioni e confronti. Penso che la serie “Bianco su bianco”, realizzata tra il 1989 e il 1990, possa spiegare bene il suo approccio all’arte fotografica.

Recentemente, in fase di spoglio dell’archivio Bettini, la dottoressa Sara Cuccia – che non a caso nel 2024 ha ottenuto la laurea magistrale con lode in Storia e Critica dell’Arte presso l’Università degli Studi di Milano discutendo la tesi sul tema delle Composizioni e delle Nature Morte di mio padre – ha rintracciato molte diapositive e stampe che testimoniano la sua lunga ricerca relativa all’effetto e al significato del “bianco su bianco”. Dopo un periodo durato oltre un anno tra esercizi e sperimentazioni, avvenuto appunto tra l’estate del 1989 e quella del ’90, mio padre era riuscito finalmente a ottenere il “bianco su bianco” pur con molte difficoltà. Rendere “leggibili” oggetti bianchi posizionati su altrettanti oggetti bianchi, a loro volta su sfondi e piani bianchi in un’immagine apparentemente piatta, evidenziandone tuttavia le forme, le linee e la profondità di campo, era stato un percorso tutt’altro che semplice, dove gli oggetti a tinte varie delle prime immagini venivano gradualmente meno fino a lasciare spazio al “bianco assoluto” dell’ultima opera.

Dietro a quelle che apparentemente potrebbero sembrare pure sperimentazioni di tecnica fotografica si celava in realtà un significato ben più profondo e intenso, che faceva emergere moti dell’anima e un’interpretazione spirituale dell’esistenza che mio padre stesso mi aveva riassunto poco prima di andarsene: “Tutto ciò vuole rappresentare un percorso dell’anima dove ognuno di noi nasce “bianco” (leggi “puro”) e nel cammino della vita, chi più chi meno, si macchia di “colori” (leggi “peccati”) derivanti dalle debolezze e dalle tentazioni tipiche e naturali dell’essere umano in quanto tale. Di fronte al giudizio universale ogni anima vorrebbe presentarsi “bianca”, in una purezza e in un distacco immoto. Almeno in fotografia ci sono riuscito”. Una fotografia in cerca di trascendenza, in una concentrazione intensa e silente.

Il titolo poi, Bianco su bianco, è una citazione del famoso quadro di Malevič, artista fondatore del Suprematismo russo. C’è però una grande differenza tra l’artista russo e mio padre: Malevič ipotizzava un’arte non oggettiva, dove a prevalere era il solo dato geometrico; mio padre, al contrario, rimaneva ancorato alle cose. L’oggetto, la realtà, erano per lui sempre il punto di partenza per evocare storie e sentimenti. C’è la convinzione che le cose che ci sono più familiari e quelle che appartengono al nostro quotidiano raccontino molto più di quello che sta fuori dalle mura di casa. Le bottiglie, i vasi, i bicchieri non sono che occasioni per esprimersi in forma. A essere espressi sono però i fatti più sinceri e genuini dell’animo umano, che ritornano alla luce attraverso le forme delle cose che gli appartengono, per quanto silenziose possano sembrare.

Per quanto riguarda gli aneddoti ne ho molti: passavo parecchio tempo con mio padre e mi piaceva osservarlo al lavoro e, soprattutto, ascoltarlo. Ma ce n’è uno particolarmente divertente, che rende bene l’idea di quanto fosse profonda e “intima” la sua passione e la sua perseveranza in campo fotografico (e non solo), che mi piace raccontare. Come lei sa, mio padre è noto soprattutto per le sue fotografie paesaggistiche, in particolare quelle realizzate nelle Torbiere del Sebino.

Era una domenica dell’ottobre 1987 quando, subito dopo pranzo, disse a mia madre: “Mirella, faccio un salto in torbiera perché oggi c’è una bellissima luce, ci vediamo più tardi; per cena preparami un risotto”. E ci salutò. Lui amava molto l’atmosfera e i colori dell’autunno, le foglie cadute dagli alberi, la luce tenue tipica di quella stagione, ed era altrettanto convinto che, dal punto di vista fotografico, l’autunno fosse proprio il momento più suggestivo e affascinante dell’anno.

Si recò in torbiera con i suoi soliti stivali e la borsa della macchina fotografica con tutto l’occorrente. Dopo una breve passeggiata si rese conto che la luce che l’aveva inizialmente attratto non era quella “giusta” per i suoi scatti fotografici. Improvvisamente, preso come da un’inspiegabile “richiamo”, decise di partire in direzione di un bosco nei pressi di Berna, in Svizzera, che già conosceva e amava particolarmente, ma che aveva fotografato in altre stagioni. Non passò nemmeno da casa per avvisarci, nonostante si trovasse a poche centinaia di metri, come se ci fosse una forza incontrollata dentro di lui che lo trasportava verso quel bosco a oltre 300 km di distanza.

Arrivò nei pressi di Berna nel tardo pomeriggio e si addentrò immediatamente in quel bosco che l’aveva misteriosamente richiamato a sé. E proprio lì trovò quella luce che, avvicinandosi il tramonto, si fa ancora più discreta, fra la silenziosa popolazione degli alberi, i muschi e le sterpaglie che arredano il sottobosco. Fotografò fin quando la luce glielo permise, ma quando si fece buio si rese conto che ormai era tardi per tornare a casa ed era stanco ma anche soddisfatto, così decise di pernottare in un albergo in città.

Intanto a casa eravamo tutti molto preoccupati perché si era fatto tardi e di lui si era persa ogni traccia; secondo noi non poteva essere ancora in torbiera a fotografare con il buio. Avevamo pensato perfino che potesse essere annegato o che comunque si fosse sentito male. E poi all’epoca non c’erano ancora i telefoni cellulari. Così decisi di andare a cercarlo, ma di lui e della sua macchina non c’era alcuna traccia. Tornai a casa e mia madre era sempre più in ansia finché, a un certo punto, squillò il telefono: era un amico di famiglia svizzero, Antonio, che ci disse di stare tranquilli perché Franco era a Berna e stava bene, solo che non aveva avuto il coraggio di telefonare a casa di persona perché aveva paura della nostra reazione, immaginando quanto fossimo preoccupati.

Subito dopo la telefonata di Antonio ci furono prima sospiri di sollievo e poi risate liberatorie da parte nostra, immaginando come potesse stare papà che non se l’era sentita di chiamare per avvisarci, rendendosi conto della sua “marachella”. Ma ormai era fatta! Nel frattempo il risotto cucinato da mamma era diventato scotto. Così era mio padre: quando aveva in mano la macchina fotografica diventava un po’ come un bambino con il suo “giocattolo” preferito.

Il giorno dopo se ne tornò tranquillamente a casa, soddisfatto come non mai e, come se niente fosse, per sdrammatizzare chiese scusa a mia madre per il risotto. Ma quella volta portò con sé una serie di fotografie di cui ne avrebbe selezionate soltanto sette, e che poi avrebbe intitolato “Blue Symphony”: probabilmente tra le migliori opere che abbia mai realizzato in tutta la sua vita.

Sono in programma dei progetti o mostre per le opere di Franco Bettini nel prossimo futuro?

Sì. “Le forme del bianco”, la mostra appena conclusa presso Le Cantorìe di Gussago (14 marzo – 31 maggio), ha ottenuto un grande successo di critica e di pubblico ed era stata già esposta, per la prima volta, nell’ambito di Bergamo Brescia Capitale Italiana della Cultura 2023 presso la “Galleria Franco Bettini” (dedicata proprio a mio padre) al Monastero di San Pietro in Lamosa a Provaglio d’Iseo.

Ora questa mostra diventerà itinerante e ci saranno tappe, a partire dal prossimo settembre, in Campania, ad Aversa, e successivamente in Puglia, Toscana, Sardegna e Trentino-Alto Adige. Ma soprattutto nel 2027 ricorrerà il centenario della nascita di Franco Bettini e sono in programma molte iniziative, tra cui una grande mostra antologica con catalogo che partirà da Brescia per arrivare a Roma, alla quale stiamo già lavorando come Fondazione.

Biografia

Franco Bettini

Medico, Artista e Fotografo

www.francobettini.it

@franco_bettini_fondazione

Franco Bettini

Franco Bettini nasce a Gazoldo degli Ippoliti, in provincia di Mantova, il 6 gennaio 1927 da una famiglia modesta. Alla fine degli anni 30 si trasferisce a Brescia dove, nonostante i disordini dovuti alla guerra, consegue il diploma scientifico e, grazie ad un’innata attitudine verso lo studio, nel 1952 si laurea in Medicina all’Università di Pavia. Appassionato di arte, fotografia e cinema, entra a far parte, fra i primi soci in assoluto, del neonato Cinefotoclub di Brescia. Nello stesso anno si specializza in Igiene presso l’Università di Firenze e nel 1955 sposa Mirella. Dal matrimonio nascono Cristian nel 1956, Donatella nel 1957 e Alessandro nel 1964. Nel 1958 si specializza in Pediatria e Puericultura presso l’Università di Parma. Nel 1963 si trasferisce con la sua famiglia a Provaglio d’Iseo, nel cuore della Franciacorta, tra i dolci collinari e le amate Torbiere del Sebino.
È considerato il “Poeta delle Torbiere” per aver saputo valorizzarne tutta la bellezza e descriverne il fascino molti anni prima che diventassero riserva naturale, con- tribuendo in modo determinante a farle conoscere ben al di fuori della provincia di Brescia. Uomo di profonda cultura, costantemente alla “ricerca”, legge e rilegge i grandi classici, i Libri Sapienziali, l’Antico e il Nuovo Testamento, Dante, Foscolo, Goethe, Leopardi e Ungaretti che divengono per lui fonte inesauribile d’ispirazione nell’esercizio di quella amorevole passio- ne per la fotografia che ben presto sfocia in una forma d’arte vera e propria. Nel corso degli anni ’70 e ’80 sono molte le riviste di fotografia a pubblicare immagini di Franco Bettini, sia in Italia che a livello internazionale.
Negli ultimi anni accusa problemi di salute che tuttavia si risolvono ma la tragica e improvvisa perdita della figlia Donatella e della nipotina Silvia in un incidente strada- le avvenuto il 4 marzo 1991, ne segnano definitivamente la resistenza fisica e lo spirito. Si spegne a casa sua soltanto un mese e mezzo dopo: è la mattina del 17 aprile.

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