Che tipologia di stampa prediligi?
Prediligo processi di stampa che restituiscano la massima profondità, precisione e presenza fisica all’immagine. Lavoro principalmente con supporti come il Chromaluxe e il Diasec, perché mi permettono di ottenere una superficie estremamente nitida, luminosa, quasi sospesa.
La stampa, per me, non è mai un semplice output finale: è parte integrante del linguaggio. La scelta del materiale incide direttamente sulla percezione dell’opera, sulla sua relazione con la luce e con lo spazio. Cerco sempre una resa che sia al tempo stesso rigorosa e sensoriale, capace di mantenere una pulizia formale assoluta e, al contempo, trasmettere una vibrazione quasi immateriale.

Prima l’idea o la fascinazione per il materiale? Ovvero, nasce prima il progetto artistico-fotografico o questo ti viene ispirato da delle lavorazioni o allestimenti particolari che ti hanno colpito?
Nasce sempre prima l’idea.
Il mio lavoro prende forma da un’intuizione, da una visione legata al tempo, alla luce e alla struttura dello spazio. Solo successivamente interviene il materiale, che deve risultare coerente e quasi inevitabile rispetto a ciò che voglio esprimere.
Detto questo, è nel lento trascorrere del tempo, e talvolta non è sufficiente un giorno intero, che si costruisce un dialogo sempre più stretto tra progetto e tecnica: percepire profondamente l’essenza dei materiali e la loro sinergia con la luce apre nuove direzioni, suggerisce variazioni, stimola lo sguardo. Ma non è mai il materiale a generare il lavoro: è piuttosto lo strumento che permette all’idea di trovare la sua forma più compiuta.
Hai dei Maestri di riferimento a cui guardi, a cui ti senti affine?
Sento una forte affinità con artisti come Vermeer, Edward Hopper e Wim Wenders, pur provenendo da linguaggi molto diversi.
Di Vermeer mi interessa la costruzione della luce, la sua capacità di rendere visibile il silenzio. Hopper mi ha insegnato la sospensione, quella dimensione in cui lo spazio diventa psicologico. Wenders, invece, ha influenzato il mio modo di osservare il mondo contemporaneo, soprattutto nel rapporto tra architettura e narrazione.
Più che riferimenti diretti, li considero presenze sotterranee: un “fil rouge” continuo che attraversa il mio lavoro e che ha a che fare con l’idea di tempo, di attesa, di contemplazione.
Dei tuoi scatti colpisce la capacità di vedere mondi interi in porzioni di immagine, come se invitassi l’osservatore a ritrovare nel molto piccolo, in porzioni di architettura estrapolate dall’immagine complessiva, l’ infinitamente grande.
Questo esercizio immaginifico lo ritroviamo nella tradizione scientifica di analisi e scoperta di ciò che al nostro occhio sfugge, e ancor prima in Filosofia.
Penso appunto all’atomismo di Democrito, alla sua volontà di conoscenza di ciò che ci circonda e che struttura la nostra realtà.
A queste influenze affianchi con disinvoltura un approccio puramente artistico, che ricrea nelle sequenze di finestre, superfici specchiate, rampe di scale e scenografiche tensioni verticali dei veri e propri pattern modulari.
Le elegantissime immagini astratte generate da questo processo selettivo hanno chiari rimandi derivanti dalla Optical Art degli anni ‘60-’70 del Novecento e dall’Astrattismo geometrico; trovo infatti che questo tuo modo di decontestualizzare sapientemente i frammenti di un’ immagine architettonica dia loro una valenza estetica e simbolica, artistica e, perché no, anche decorativa.
Mi piace molto l’idea che le persone possano appendere in casa propria, sopra al proprio divano, delle porzioni del grattacielo in cui vivono.
Sarebbe come portare dentro di Sè frammenti di un mondo esterno, radicalmente urbanizzato, che ci circonda e a volte ci sovrasta, rendendolo più gestibile ed innocuo. Persino bello.
Pensi che la tua arte ed il tuo modo di fotografare nasca dall’esigenza di dare un significato altro a ciò che vediamo o scaturisca da una tensione estetica votata alla ricerca della perfezione?
Credo che nasca da entrambe le tensioni, ma non in modo separato.
Il mio lavoro prende avvio da un processo di sottrazione: isolare frammenti di realtà, spesso architettonica, per rivelarne una struttura nascosta. In questo senso esiste una componente analitica, quasi scientifica, legata al desiderio di comprendere e ricomporre il visibile.
Allo stesso tempo, questo processo è guidato da una forte esigenza estetica. La ricerca di equilibrio, proporzione e ritmo visivo non è un esercizio formale fine a sé stesso, ma uno strumento per rendere l’immagine più essenziale, leggibile e intensa.
Quando un frammento di città diventa quasi astratto, quando perde la sua funzione originaria e si trasforma in segno, pattern, struttura, si apre uno spazio nuovo: l’osservatore non riconosce più semplicemente un edificio, ma entra in una dimensione percettiva diversa.
Se questo rende l’architettura più intima, più accessibile anche sul piano emotivo, allora sì: credo che il mio lavoro riesca a trasformare il reale, senza mai tradirlo.


Progetti futuri?
Sto lavorando a un progetto che mette in dialogo Italia e Giappone attraverso la ricerca e il confronto di reciproche eccellenze: due culture apparentemente lontane ma profondamente affini nel rapporto con il tempo, lo spazio e il silenzio. L’idea è costruire un percorso visivo fatto di corrispondenze e contrasti, in cui l’uomo e lo spazio che lo circonda diventano un linguaggio comune, capace di attraversare geografie e sensibilità diverse.
Parallelamente, continuo a sviluppare una ricerca orientata alla tridimensionalità dell’immagine: opere costruite su più livelli, in cui la fotografia esce dalla superficie e diventa oggetto, presenza fisica nello spazio.
In fondo, il mio interesse resta lo stesso: trovare nuovi modi per far dialogare luce, forma e percezione.

Biografia
Piero Mollica
Artista e Fotografo
Piero Mollica
Piero Mollica svolge la propria attività in Italia e all’estero, trovando in Hong Kong, New York e Tokyo alcuni dei suoi principali luoghi di ispirazione.
La sua ricerca artistica si fonda su una visione del mondo inteso come un continuo processo di trasformazione. Nelle sue opere, linee e luce si intrecciano attraverso tempo e spazio, generando sovrapposizioni dinamiche che ridefiniscono la percezione dell’immagine.
Attraverso un uso rigoroso e al tempo stesso sensibile di colore, texture e forma, l’artista costruisce composizioni aperte, capaci di essere osservate da molteplici punti di vista. Ogni lavoro si rivela così in modo progressivo, restituendo allo sguardo nuove sfumature e livelli di lettura.

