New Lab srl
Sede Operativa Via Marco Biagi, 3/5/7/9,
25045 Castegnato BS
Orari: da Lunedì a Venerdì dalle 8:00 alle 18:00
Telefono: 030 373 7108
Back

Pietro Arrigoni

Che tipologia di stampa prediligi?

La stampa di un’immagine è, per me, la restituzione pubblica e collettiva di un atto d’arte. È un passaggio di consegne: dall’intimità dello sguardo all’uomo per l’uomo. L’immagine stampata smette di appartenere solo a chi l’ha generata e inizia il suo dialogo con il mondo.

Da bambino rimanevo profondamente colpito da un gesto semplice e potentissimo. Quando mi accompagnavano al camposanto, la prima cosa che si faceva era pulire la fotografia del defunto. Un fazzoletto, a volte inumidito con uno sputo: un gesto apparentemente ruvido, quasi volgare, ma in realtà carico di una sacralità arcaica. Era una cura, una rigenerazione. Un atto di vita che si prendeva cura della memoria. Come un soffio, una ruah ebraica: il respiro che anima, che mantiene in vita ciò che rischia di svanire.

La mia prima mostra l’ho realizzata su forex, una scelta tutt’altro che casuale. Mi affascina la sua funzionalità, ma soprattutto la sua capacità di resistere. Una resistenza che non è immobilità, bensì possibilità di replicare, di viaggiare, di attraversare luoghi e condizioni diverse.

Il forex non teme le intemperie: le accoglie, le attraversa, ne esce trasformato. Un altro elemento per me fondamentale è l’opaco. Prediligo superfici che non riflettono, ma assorbono la luce. L’opaco è una forma di ascolto: una campitura di tolleranza, un modo gentile di accogliere lo sguardo senza respingerlo. È una pelle che non abbaglia, ma invita alla prossimità, al tempo lento, alla relazione silenziosa tra immagine e osservatore.

Prima l’idea o la fascinazione per il materiale? Ovvero, nasce prima il progetto artistico-fotografico o questo ti viene ispirato da delle lavorazioni o allestimenti particolari che ti hanno colpito?

La mia formazione quarantennale nel mondo teatrale ha inciso profondamente nel mio modo di pensare l’immagine. Il teatro mi ha insegnato che lo spazio non è mai neutro e che il senso nasce spesso nell’attrito tra ciò che è previsto e ciò che accade. La parola BALIKWAS è stata per me l’apertura di un sentiero inatteso: una soglia linguistica e concettuale da cui lasciarmi condurre verso nuovi immaginari.

Non è un metodo, ma una disposizione. Un modo di accettare che il progetto non nasca sempre da una volontà chiara e lineare, ma da un attraversamento. Letteratura, arte, poesia e disegno sono campiture che continuo a frequentare come territori di nutrimento. Tuttavia sono arrivato a un punto in cui sento la necessità di lasciare spazio all’imprevisto, all’idea improvvisa, all’urgenza che non chiede permesso.

Solo in un secondo momento costruisco piani di contenuto, strutture, possibilità di restituzione. Il progetto, per me, non è mai un punto di partenza: è una conseguenza.

Hai dei Maestri di riferimento a cui guardi, a cui ti senti affine?

Non ho Maestri in senso canonico. Preferisco uno sguardo ampio, poroso, dove anche l’errore, la frattura e l’incompiuto possano trovare dignità e spazio. Mi sento più vicino a una genealogia invisibile fatta di gesti, di tentativi, di fallimenti necessari.

A volte un errore contiene più verità di una forma perfetta. L’incompiuto, per me, non è mancanza, ma apertura: è ciò che permette all’opera di continuare a respirare nello sguardo dell’altro. Se guardo a qualcuno, non lo faccio per imitazione, ma per consonanza etica e poetica: artisti e pensatori che hanno inteso l’arte come atto di responsabilità, come possibilità di cura, come spazio di relazione.

 

Quando ci siamo incontrati allo scorso vernissage e mi hai parlato del tuo lavoro, mi è scattata immediatamente in testa una sorta di assonanza, non diretta ma innegabile, con la figura di Anna Coleman Ladd, la donna che restituì un volto agli sfigurati dalla Grande Guerra.

Artista, pittrice e scultrice, seguì il marito a Parigi (dove lui prestava servizio per la Croce Rossa) e lì scoprì gli orrori del fronte visibili nei devastanti segni lasciati sui volti dei giovani soldati, i quali, poveretti, rientravano a casa traumatizzati nel fisico e nello spirito, impossibilitati a condurre un’esistenza normale; senza esitare Anna capì che poteva usare il suo talento artistico per restituire loro l’identità e quindi la dignità perduta.

Ella infatti ideò per loro protesi facciali su misura ottenute attraverso un laborioso processo di calchi in gesso. Questi permettevano la realizzazione finale delle protesi in rame zincato sottilissimo e sapientemente dipinto per confondersi al meglio con il colore dell’incarnato.

«Homo sum, humani nihil a me alienum puto» (Sono un essere umano, perciò nulla di ciò che è umano mi è estraneo) è una famosa frase della commedia Heautontimorùmenos (Il punitore di sé stesso) del 165 a.C. sritta da Publio Terenzio Afro e sia l’operato di Anna Coleman Ladd che i tuoi interventi e progetti artistici, ne sembrano la diretta concretizzazione.

Di questa tua inclinazione squisitamente umana ne sono esempio la serie di fotografie del progetto “Il Ponte delle Parole”, realizzate nel corso di un lavoro di residenza durato due anni all’interno degli spazi di due cooperative.

Le immagini sono state poi esposte gioiosamente lungo il ponte che collega Paratico a Sarnico, territori sui quali operano la Cooperativa Il Germoglio e la Cooperativa Il Battello e gli ospiti dei servizi delle cooperative del partenariato.

In questo allestimento site specific i ritratti dei pazienti vanno oltre il semplice scatto fotografico perché invitano lo spettatore a superare le barriere mentali invogliandolo a guardare la disabilità con occhi nuovi, votati all’accoglienza e all’accettazione, riconoscendo le singole identità dei soggetti, legittimandoli.

O ancora ne “TEATRIDALSANGUECRUDELE – L’INQUIETO FASCINO DELLE FIABE”, un progetto di sensibilizzazione sui temi di ludopatia, femminicidio e bullismo, in cui fiaba, narrazione e teatro si intrecciano con il sociale, mirando anche qui a mostrare per capire, anziché nascondere ed ignorare.

Recentemente stai riflettendo sul tema della depressione, da sempre presente ma ormai sistemica in questa nostra società, attraverso il progetto “Antro della Mente”.

Vorresti parlarcene e magari raccontarci qualcosa a riguardo?

Certamente e vorrei scorporare la risposta in più punti, in modo da risultare il più ricco ed esaustivo possibile, se me lo permetti.

-L’assonanza con Anna Coleman Ladd e il tema della cura.

Ho trovato molto potente il riferimento ad Anna Coleman Ladd, perché intercetta una zona profonda del mio lavoro: quella in cui l’arte smette di essere rappresentazione e diventa gesto necessario. Il primo collegamento che sento è con il romanzo Uomini in guerra (Männer im Kriegdi Andreas Latzko, un’opera pacifista radicale, costruita come atto di denuncia contro la brutalità e l’assurdità della Grande Guerra. In quel libro la garza diventa simbolo ambiguo: da un lato contiene la ferita, dall’altro, nel momento in cui viene rimossa, rivela ciò che è stato nascosto. E ciò che emerge è spesso insostenibile. Penso a Karl, uno dei personaggi centrali, che scopre metà del proprio volto distrutto. Non è solo una mutilazione fisica, ma una frattura identitaria: il ritorno a casa diventa un secondo fronte, fatto di sguardi, di rifiuto, di emarginazione. Ho portato in scena questo romanzo, e in una delle scene il dolore più grande non è la ferita, ma l’impossibilità di essere ancora riconosciuti come esseri umani.

Il secondo riferimento è quello della Sconosciuta della Senna (L’Inconnue de la Seine), una figura che mi accompagna da tempo, perché incarna una delle possibilità più alte dell’arte: trasformare l’anonimato in relazione, la morte in gesto di cura. Alla fine dell’Ottocento, quando il corpo di questa giovane donna fu recuperato dalle acque della Senna, nessuno ne conosceva il nome, la storia, la provenienza. Eppure il suo volto, sorprendentemente sereno, quasi sorridente, colpì profondamente un inserviente dell’obitorio, al punto da spingerlo a compiere un gesto non dovuto: farne un calco in gesso. Un atto semplice, quasi clandestino, che sottrae quel volto alla dissoluzione e lo consegna al tempo. Quel calco non è solo una maschera mortuaria. È una sospensione. Un fermo immagine tra la vita e la morte, tra l’oblio e la memoria. Il volto della Sconosciuta diventa così un’icona silenziosa, attraversa atelier, studi, case borghesi, e si insinua nell’immaginario di artisti, poeti e scrittori. Rilke, Camus, Nabokov la evocano come una Gioconda tragica, un enigma che non chiede di essere risolto, ma contemplato. Ciò che mi colpisce profondamente è il destino successivo di quel volto. Negli anni Cinquanta, il calco ispira Asmund Laerdal nella creazione di Resusci Annie, il manichino per l’addestramento alla rianimazione cardiopolmonare. Da corpo senza nome a strumento universale di salvezza: milioni di persone, in tutto il mondo, hanno imparato a restituire il respiro appoggiando le proprie labbra su quel volto. È una trasformazione radicale: un cadavere anonimo diventa veicolo di vita. La maschera non nasconde più la morte, ma insegna come contrastarla. In questo passaggio vedo una forma altissima di guarigione simbolica. Non la cancellazione della perdita, ma la sua trasfigurazione in possibilità. Il calco, come la protesi di Anna Coleman Ladd o la garza che avvolge le ferite nei racconti di guerra, è un dispositivo fragile. Sta sulla soglia. Contiene e rivela allo stesso tempo. È un gesto che non pretende di risolvere il dolore, ma di renderlo abitabile.

Ed è in questa soglia che riconosco il senso del mio lavoro: nel tentativo di restituire un volto — anche quando è spezzato, anche quando è anonimo — affinché possa tornare a essere luogo di relazione, di respiro, di dignità.

-Il Ponte delle Parole è stato uno dei progetti più significativi del mio percorso, non solo dal punto di vista artistico, ma soprattutto umano. È nato da una residenza durata due anni all’interno degli spazi della Cooperativa Il Germoglio e della Cooperativa Il Battello, territori di vita prima ancora che di lavoro, luoghi abitati da tempi diversi, da sguardi profondi, da una qualità dell’ascolto che raramente ci concediamo. Prima della fotografia è venuta la relazione. Per un lungo periodo — quasi un anno — ho semplicemente frequentato questi luoghi: incontrato le persone, ascoltato, condiviso gesti quotidiani, silenzi, attese. Avevo chiaro che non volevo un’immagine eclatante, né un racconto spettacolarizzato della disabilità. Cercavo un registro fragile e necessario fatto di rispetto, prossimità e restituzione. Fotografare è arrivato solo dopo, come uno stupore reciproco. Non un prelievo, ma un dono condiviso. Ogni ritratto nasce da un incontro, da un tempo riconosciuto, da uno scambio che ha coinvolto non solo gli ospiti delle cooperative, ma anche le loro famiglie. È stato un percorso di reciprocità, in cui lo sguardo si è costruito insieme.

La scelta di esporre le immagini lungo il ponte che collega Paratico a Sarnico non è stata casuale. Il ponte è per definizione un luogo di attraversamento, di passaggio, di connessione. Portare lì quei volti significava renderli pubblici nel senso più alto del termine: sottrarli alla marginalità, inserirli nel flusso quotidiano della vita, obbligare lo sguardo a fermarsi, a riconoscere. In questo allestimento site specific, i ritratti vanno oltre la fotografia. Diventano presenze. Interpellano chi passa, chiedono di superare barriere mentali invisibili ma potentissime, invitano a guardare la disabilità non come categoria, ma come costellazione di identità singolari. Nomi e volti, appunto.La disabilità è complessa, come tutte le cose che contano. Non si risolve con un sorriso benevolo o con una frase rassicurante. Va compresa, attraversata, accolta nella sua interezza. Con questo progetto ho cercato di rendere pubblico ciò che spesso resta confinato a una relazione privata o compassionevole, restituendo dignità allo sguardo e spazio alla complessità dell’umano.

In fondo, Il Ponte delle Parole è questo: un tentativo di creare un luogo simbolico in cui incontrarsi, senza semplificazioni, senza etichette, ma con la responsabilità di riconoscersi.

-Circa il progetto “TEATRIDALSANGUECRUDELE – L’INQUIETO FASCINO DELLE FIABE”  posso descriverlo come nato da una convinzione profonda: le fiabe non sono mai state semplici racconti per l’infanzia, ma vere e proprie architetture di conoscenza. Sono narrazioni antiche che parlano ai livelli più profondi dell’essere umano, dove il linguaggio razionale spesso non arriva. Le fiabe non spiegano: mostrano. E proprio per questo insegnano ad ascoltare.

Una società realmente intelligente e consapevole dovrebbe saper riconoscere nelle fiabe uno strumento di aiuto, una mappa simbolica capace di attraversare paure, desideri, conflitti e traumi. Nelle fiabe il male non è mai edulcorato: è oscuro, inquietante, talvolta crudele. Ma è proprio attraverso questa esposizione che diventa riconoscibile e, quindi, affrontabile.

In TEATRIDALSANGUECRUDELE – L’inquieto fascino delle fiabe abbiamo scelto di intrecciare fiaba, narrazione e teatro con temi sociali profondamente urgenti come la ludopatia, il femminicidio e il bullismo. Temi che troppo spesso vengono nascosti, minimizzati o rimossi. La fiaba, invece, permette di portarli in scena senza semplificarli, offrendo uno spazio protetto ma non anestetizzato, in cui lo spettatore può riconoscersi, interrogarsi, mettersi in discussione. Credo fermamente che tutte le forme di sopraffazione debbano essere rese pubbliche, nominate, esposte alla luce. Non per spettacolarizzarle, ma per sottrarle al silenzio che le alimenta. L’arte ha questa responsabilità: mostrare per comprendere, anziché nascondere per paura.Naturalmente l’arte da sola non basta.

È fondamentale il lavoro quotidiano di realtà professionali che creano centri di ascolto, accoglienza e supporto. Ma cultura e arte possono essere il primo varco, il luogo in cui si genera consapevolezza, in cui chi subisce trova parole e chi esercita violenza può essere invitato a riflettere, a riconoscere, a comprendere. Le fiabe ci insegnano che ogni attraversamento comporta un rischio, ma anche una possibilità di trasformazione. Ed è in questa possibilità che continuo a credere: che attraverso il teatro, la narrazione e l’ascolto si possa contribuire a costruire una società più giusta, più responsabile e, soprattutto, più umana.

-Antro della Mente invece nasce da un incontro, come spesso accade nei miei progetti. L’incontro con Nicola Verzeletti, un giovane autore che ha avuto il coraggio di raccontare la propria esperienza con la depressione attraverso la scrittura. Quel dialogo ha aperto una fenditura, una necessità: dare forma visiva a qualcosa che troppo spesso resta invisibile, non detto, confinato nella solitudine. La depressione non è un fenomeno nuovo, ma oggi ha assunto una dimensione sistemica.

Viviamo in una società che chiede costantemente di essere performanti, socialmente presenti, esteticamente impeccabili, eternamente giovani e felici. Una società che espone continuamente modelli irraggiungibili e che, nel farlo, produce fragilità profonde, soprattutto nelle generazioni più giovani.

Molti ragazzi e ragazze si trovano a dover navigare tra aspettative altissime e possibilità concrete sempre più ridotte: il lavoro che manca o è precario, il futuro che appare opaco, il desiderio che si scontra con resistenze strutturali. In questo scarto si annida spesso la depressione, che non è solo sofferenza individuale, ma anche sintomo di un malessere collettivo. Il progetto Antro della Mente si muove proprio in questo spazio.

L’“antro” è un luogo interiore, oscuro, non illuminato, ma anche uno spazio di rifugio. Non ho voluto rappresentare la depressione in modo spettacolare o narrativo, ma suggerirla come condizione, come sospensione, come tempo fermo. Un luogo mentale in cui il pensiero si ripiega su sé stesso, dove il silenzio diventa assordante. In questo senso si intreccia anche il fenomeno degli hikikomori, giovani che scelgono o subiscono il ritiro sociale come risposta estrema a una pressione insostenibile. Il ritiro non è fuga, ma una forma di difesa. Un tentativo di sopravvivenza. Antro della Mente dialoga con questa realtà, cercando di restituirne la complessità senza giudizio. Credo sia fondamentale parlare di depressione come fatto sociale, non solo clinico. Renderla visibile, nominabile, condivisibile. L’arte, ancora una volta, non guarisce, ma può aprire spazi di riconoscimento. Può dire: “non sei solo”, “non sei sbagliato”, “quello che senti ha diritto di esistere”.

Questo progetto non offre soluzioni, ma chiede ascolto. E forse oggi, in una società che corre e consuma emozioni, l’ascolto è già un atto radicale.

Progetti futuri?

Sì, assolutamente. C’è un progetto a cui tengo in modo particolare, perché mette in moto uno scambio internazionale e perché rappresenta una sintesi profonda di molte delle mie riflessioni degli ultimi anni. Un progetto di cui vado sinceramente orgoglioso. Si tratta di un lavoro in fase di conferma con il Giappone, un progetto di scambio tra due quotidianità solo apparentemente lontane: quella italiana e quella giapponese. Il fulcro è la relazione tra la persona e l’albero, due presenze che condividono il tempo, la memoria e la capacità di resistere. In questo lavoro fotografico il mondo vegetale non è mai sfondo, ma interlocutore.

Gli alberi non hanno mai smesso di insegnare agli esseri umani: ci parlano di radicamento, di pazienza, di trasformazione lenta. E noi, quando ci fermiamo ad ascoltare, non abbiamo mai smesso di imparare. Il progetto prevede uno scambio di volti e piante tra Italia e Giappone. Volti che si offrono allo sguardo, alberi che custodiscono storie.

La fotografia diventa così un ponte silenzioso, uno spazio di dialogo e confronto, un invito all’ascolto reciproco. Ancora una volta, l’immagine come specchio della memoria: non per fissare, ma per mettere in relazione.

Sono in attesa della risposta definitiva dal Giappone e, se tutto andrà come sperato, il lavoro prenderà avvio a marzo 2026. Sarà un attraversamento lento, rispettoso, fondato sull’incontro e sulla possibilità di ri/conoscersi nell’altro, anche a migliaia di chilometri di distanza.

Biografia

Pietro Arrigoni

Artista e Regista teatrale

www.pietroarrigoni.com

@arrigoniregista

mail: info@pietroarrigoni.com

Pietro Arrigoni

Esploratore dell’immaginario
Regista, narratore visivo, pedagogo errante

Viaggia leggero, ma porta con sé più di cento moleskine gonfie di appunti: disegni fatti a occhi aperti, biglietti smarriti del tram a Mosca, Bali, Tokyo.
Tra le pagine si nascondono foglie, sabbia sottile, parole annotate in lingue diverse per dire sempre la stessa cosa:guarda meglio.

Di notte — solo la notte lo sa — dipinge silenzi. Oltre mille seicento disegni abitano il buio: creature nate quando il mondo tace. Da tre anni anche la fotografia lo accompagna: lo sguardo si è fatto luce, e la luce racconto. Prima, per quarant’anni, è stato corpo e voce nella penombra dei teatri:dal Grand Théâtre de Luxembourg alle banlieue lombarde, inseguendo le ombre, dando loro un nome, insegnando al tempo a fermarsi.

Ama Bataille e Madame Edwarda,Cortázar che gli scompiglia i giorni, Ginzburg che gli regala distanze da attraversare come deserti.
Ama le domande più delle risposte e le storie che si annidano dietro ogni gesto umano.

Professione (ma detta col cuore) Per oltre quarant’anni ha diretto spettacoli, ascoltato attori,
insegnato il passo e la pausa.
Regia, formazione, pedagogia teatrale, fotografia, eventi poetici e gustativi.

Ha raccolto riconoscimenti —ma ciò che conta davvero sono gli occhi accesi alla fine di una scena.

Tra i progetti più amati:
“Escoffier e il nuovo alfabeto”, al Piccolo Teatro Grassi di Milano,
tra fiamme, ricette e memoria.
“La zuppa dei balenieri”, omaggio profondo a Moby Dick,
con il Consolato USA come timone.
“Sturgeon Show”, favola di storioni e caviale,
con Calvisius a spargere perle vere.

L’insegnamento come attraversamento Ha insegnato teatro in scuole, accademie, università: da Bergamo a Montichiari, da Verolanuova a Crema, fino all’Università Cattolica di Milano. Ha condotto laboratori a Tallinn, Rakvere, Tampere. Con Silence Teatro ha attraversato festival come mari:Cardiff, Arcangelo, Volterra, Kolín.
Ogni palco era un’isola, ogni pubblico un arcipelago da esplorare.

Riconoscimenti e coproduzioni Piccolo Teatro Strehler – Milano
Patrocini dei Consolati di Francia, Svezia e USA
Selezione Scena Prima – Regione Lombardia
Coproduzioni con Scuola Paolo Grassi, CRT, Teatriditalia, Teatro Verdi
Collaborazioni con TIR Danza Modena e la coreografa Terry Weikel
Festival internazionali in Slovacchia, Russia, Olanda, Repubblica Ceca, Germania e Italia.

Festival fondati e diretti

148 Perle per il Celesti (2024)
Tiepolo Scomposto (2023 – Bergamo Brescia Capitale della Cultura)
Fumetto da Marciapiede (2021–25)
Le Terre Basse Nascondono Antichi Tesori
Occhio di Bue – Festival di idee creative
I Cerchi del Legno – Rassegna musicale ed etnografica
Natale nelle Pievi – Festival teatrale

La voce come navigazione (dal 2015)

Ha creato un metodo personale di Public Speaking: “Saper narrare con la bellezza delle parole”.
Qui parola, musica, immagine e gesto si cercano, si rincorrono, si amplificano. Lavora con aziende, manager, professionisti,sognatori organizzati. Porta bellezza dove spesso si parla solo di risultati.

Dal 2016 cammina accanto ad ALMA – Scuola Internazionale di Cucina Italiana,
come chi conosce il valore della cucina, della sala e il tempo del pane. Per lui, ogni parola ha una voce.
Ogni piatto, ogni tavola, ogni silenzio
è una storia da raccontare con rispetto e stupore.

Fotografia

Dal 2020 conduce una ricerca continua sul ritratto in ambito sociale ed etnografico. Festival Franciacorta – Ritratti di vignaioli
MO.CA Brescia – RI/TRATTI
66 Ritratti della Disabilità
Take Care – la garza come cura
Studi sulla poltrona 0999

Cammino con le tasche piene di dettagli.
Disegno con la voce.
Racconto per ricordare chi siamo,
ogni volta che ci perdiamo.

Pietro Arrigoni

Sei interessato ai nostri servizi e prodotti?

Compila il Form di Contatto, un nostro operatore ti contatterà velocemente.
Se hai invece urgenze particolari contattavi via chat. Siamo sempre lieti di dati una mano!